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Fashion Journalism - bilancio del 2025



Ultime gocce del 2025, tempo di riflessioni e bilanci.

Quando cambia il racconto, cambia il soggetto del racconto. E raccontare la moda è una cosa importante, più di quanto si possa pensare perché la moda è un tassello di un sistema più grande, specchio di fenomeni economici, sociologici, ambientali. Culturali, tout court. 


L'industria della moda l'ha definito l'anno dei debutti ma tra i tanti, spesso ha dimenticato il più importante: quello di Chloe Malle. A novembre di quest'anno, dopo ben trentasette anni, Anna Wintour ha lasciato il ruolo di Editor-in-Chief di Vogue. Chloe Malle le è subentrata in qualità di Head of Editorial Content. I due ruoli sono ben distinti: l'Editor-in-Chief detta le linee culturali e politiche, l'Head of Editorial Content, invece, lavora in una strategia prestabilita.


Dovendo scegliere il tema dell'ultimo articolo dell'anno, ho deciso di fare un punto sull'editoria di moda, un settore in continua trasformazione e tensione, quest'anno più che mai baricentro di scosse epocali. Propongo qualche riflessione e qualche suggerimento, sperando di calare bene il tutto nel contesto di una crisi del cartaceo che suscita, comunque, risposte oppostive e resistenze.  


1) La rinascita dei blog e delle newsletter

In opposizione ad un crescente antintellettualismo e ad una diffusa stanchezza digitale, blog e newsletter sono rinati in ogni forma e piattaforma. Questo mio stesso blog è nato come uno spazio in cui avrei potuto esprimermi in maniera più ampia. Vi si accede solo tramite un link; nessun aiuto algoritmico, nessuna logica di engagement superficiale. Chi legge lo fa perché sceglie di farlo e non è esposto a contenuti senza prestare attenzione all'attendibilità dei creator. Per chi scrive è occasione per fare ricerca, approfondire, confrontare fonti. Progetti editoriali autonomi e democratici su argomenti specifici sono risorti, pur imperfetti nell'impostazione grafica. Leggere e farsi leggere è la priorità. 


Questo vale anche per le newsletter, che arrivano dritte nella casella di posta elettronica, un veicolo digitale che sembra conservare un'aura analogica. Scorrendo tra novità relative al lavoro o all'università, il cervello sembra disconnesso dalla dopamina social, concentrato e quindi, quando si imbatte nella mail di una newsletter, si ferma a leggere. 


Segnalo Gatekept, un blog con newsletter, quello che mi ha ispirato a pubblicare un articolo a settimana con regolarità (o quasi). Di Morgan Vogel, ex stylist e attualmente social strategist,  Gatekept è più giovane di Aestheti.Cami. Inaugurato ad ottobre del 2025, conta ad oggi 28.000 iscritti Substack. 





2) I mensili

I frequentatori di edicole sembrano una specie in estinzione nell'era della crisi del cartaceo. Eppure, a ben vedere, a fine giornata si è stanchi dello schermo. Del resto, se si continua a stampare è perché si continua ad acquistare, anche se con minor regolarità. Durante l'anno ho seguito i numeri di due mensili: Harper's Bazaar e Amica Magazine.


Fondata nel 1867, Harper's Bazaar è stata una delle prime pubblicazioni di moda esistenti al mondo. Nato come settimanale, è in seguito diventato un mensile tematico. Harper's Bazaar Italia è oggi diretto da Massimo Russo e collezionarne i cartacei è come possedere tanti piccoli cataloghi d'arte. Al di là delle novità moda con lunghe, esaustive ed esclusive interviste ai direttori creativi, Harper's Bazaar propone articoli sull'arte e sul design. Da settembre 2025, Bazaar Italia ha affidato la direzione creativa allo studio parigino M/M (Paris), atelier creativo di design e grafica. I nuovi numeri sono corredati di font e illustrazioni che hanno rinnovato l'immagine complessiva del magazine. Harper's Bazaar offre uno sguardo sulla moda ma anche sull'arte e sul design in una forma appassionante e quasi scientifica. 

Tra i contenuti online, meritano davvero di essere citati e letti gli articoli di quella che credo sia una mia coetanea, Rebecca Lai. Laureata in marketing negli Stati Uniti, analizza come inviata le sfilate presentate alle Fashion Week con un tecnicismo mai autoreferenziale.  




Il nome di Amica Magazine, verticale moda del gruppo Mondadori nato nel 1963, mi è sembrato per anni quello di una rivista misogina. A ottobre l'ho acquistato per gioco. Poi però l'ho letto e mi sono ritrovata ad aspettare con impazienza i numeri di novembre e dicembre. Molto più divulgativamente scorrevole di Bazaar e Vogue, non è comunque un giornaletto banale di articoli sull'ultima dieta in voga. È a tutti gli effetti un editoriale moda che conserva anche aspetti di fashion criticism. Molti articoli sono scritti da autori laureati in filosofia, sociologia, scienze del linguaggio. E tra le penne, quella di Antonio Mancinelli, docente di Storia della Moda e Fashion Criticism, che getta il suo sguardo adulto sulle nuove tendenze giovanili in cui si imbatte nelle aule IED.


3) La crisi di Vogue

Il gruppo Condé Nast che include testate come Vogue e Vanity Fair, ancora diretto da Anna Wintour, ha infine ideato una risposta alla crisi del cartaceo per il 2026. Il piano è pubblicare meno numeri, otto all'anno, ma più voluminosi. L'idea di ridurre le pubblicazioni rappresenta una sfida non priva di rischi. L'obiettivo è quello di rendere i numeri più simili a coffee table books che a disposable magazines. L'aumento del valore giustificherebbe la spesa. Ma il probabile aumento del prezzo non rende automaticamente tutti disposti ad acquistare. 


Un mensile che pare aver perso, negli anni, la fiducia dei lettori, è quello più conosciuto e, perciò, quello che tutti considerano il più autorevole. In effetti io stessa negli anni ho notato che Vogue è andato assottigliandosi. L'opinione comune ha notato che mentre le pubblicità hanno preso sempre più spazio, gli spazi di testo si sono ridotti. I detrattori segnalano una sorta di trionfo dell'immagine sulla parola, lontano dalle linee guida tradizionali della testata. Crepe che rivelerebbero una crisi: poiché cartaceo vende poco, bisogna che sia finanziato dagli inserzionisti. E così la qualità editoriale si sarebbe abbassata in favore di una sorta di mecenatismo. È ovvio che in un tale periodo di crisi della carta si ricorra ai finanziamenti esterni degli inserzionisti, ma se questa operazione è effettuata dal magazine per eccellenza è grave. È una scelta deliberatamente anticulturale.  E molti vedono l'atteggiamento di Vogue sempre più vicino al conservatorismo per un altro atto che ha sconvolto il settore editoriale quest'anno: la fusione di Teen Vogue in Vogue. 

La direzione che precedentemente era di Elaine Welteroth, a soli 29 anni la più giovane a ricoprire il ruolo di direttrice, è passata a Chloe Malle. E quest'atto apparentemente innocuo sarebbe invece significativo. Teen Vogue è sempre stato uno spazio che non parlava ai ragazzi ma ai giovani cittadini. Era pieno di tematiche sociologiche, addirittura politiche. Tra tutte, forse la testata più attenta alle conseguenze climatiche del fast fashion. Il numero di marzo aveva visto in copertina Vivian Jenna Wilson, figlia di Elon Musk, attivista apertamente in   opposizione rispetto alle idee di suo padre. Business of Fashion, pubblicazione di eccezionale livello nell'editoria fashion, ha parlato di questa fusione come del modo in cui Condé Nast si è definitivamente ritirato dalla politica.  






4) La controfferta: Rama Duwaji su The Cut

The Cut è una testata nata nel 2008 come digitale. È passata al cartaceo autonomo dal 2023 con un'inversione di rotta rispetto a Teen Vogue che, nata come cartaceo, era ormai esclusivamente digitale dal 2017. 


L'ultima copertina dell'anno è dedicata a Rama Duwaji, artista ventottenne e moglie del nuovo sindaco progressista di New York. Lei stessa ha collaborato spesso con The Cut,  verticale moda del New York Magazine, testata di orientamento liberale. 

Nell'articolo, non si parla di Rama Duwaji come prossima First Lady. È a tutti gli effetti un individuo, un'artista, ritratta in una scatola, a sottolineare la sua capacità nel rendere proprio lo spazio occupato, nel liberarlo dalla struttura di una gabbia.   




6) Il ritorno del fashion criticism

Fashion journalism e fashion criticism sono due cose distinte. Il primo racconta, il secondo recensisce. Ma il fashion criticism, in voga soprattutto durante gli anni '90, è lentamente scomparso dai magazine conseguentemente alla crisi dell'editoria e al bisogno di finanziamenti. Vogue Runway, con foto e critiche di sfilate d'archivio, è stato reso a pagamento. Vogue ha privatizzato gli unici contenuti che non sono disponibili neanche su carta. A questa tendenza si è opposta una schiera di "privati", quelli che contano proprio su quelle logiche di engagement superficiale come like e repost. Sono i content creator di Instagram. Da Hydra (su Instagram hydramustdie, sono sicura ti sarà uscita almeno una volta nei reel se segui pagine come la mia ed ha anche una newsletter) a due francesi: Matthieu Bobard Deliere e Lyas. 

Il 2025 ha visto poi il debutto di un fenomeno rivoluzionario: La Watch Party. Costruendo e radunando una vera e propria comunità di appassionati di moda e critica, Lyas ha dato inizio ad un ciclo di eventi pensati per chi è rimasto fuori dalle sfilate. Proiezioni streaming dei défilé nelle quattro capitali della moda durante le fashion week. Tra gli ospiti sul palco a fine sfilata, le modelle appena uscite dalle venues. Gadget e sponsor via via più importanti. 




In una considerazione conclusiva va ribadito che l'editoria di moda è una cosa veramente molto importante perché anche solo indirettamente, regolamenta l'esperienza femminile. Assicurarsi di non acquistare magazine che parlano di come Elettra Lamborghini sia stata una sposa volgare solo perché ha scelto un abito meno succinto (Vanity Fair di qualche anno fa, giornalaccio misogino) e opponendosi al fatto che Vogue France continui imperterrito a suggerire modi per compensare calorie di troppo dopo le festività natalizie, ci si assicura di controllare il modello femminile che un vertice vuole costruire e consegnare alle masse passaggio dopo passaggio. Rivendicare, in qualità di lettori, il controllo sull'editoria moda e appropriarsi di nuove informazioni è un modo di rigettare il prescelto e di impadronirsi dell'essere. 

Commenti

  1. A proposito di periodici, a me piacerebbe abbonarmi a uno che trattasse di fotografia d nudo, ma non so se ne esistano. Comprerei anche libri fotografici degli artisti che apprezzo, perché la materialità non si batte.

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