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CHANEL SS26

 


Per il défilé della collezione Spring/Summer 2026, Chanel ha acceso un planetario luminescente all'interno del Grand Palais. Nel buio, la passerella nera specchiata rifulgeva del riflesso dei pianeti e, in altri tratti del percorso, di sottili scie galattiche. 

La creazione di ambienti esagerati e spaziali non è cosa nuova per Chanel. Per la scenografia del RTW Fall/Winter 2017, presentato sempre nel Grand Palais, lo stesso Karl Lagerfeld aveva pensato ad un razzo bianco che è addirittura decollato a fine show.

Ed anche la sfilata di quest'anno avrebbe segnato un lancio. L'ultima dell'ultimo giorno della Paris Fashion Week, è stata forse la più attesa di questa stagione perché avrebbe dato avvio ad una nuova fase, col debutto del nuovo direttore creativo Matthieu Blazy.

 


In 115 anni di collezioni, la maison ha sempre ideato capi immediatamente riconoscibili. Certo, ci sono delle costanti, dei codici distintivi. Ma mi sono sempre domandata per quale ineffabile causa, persino qualora questi elementi identitari non siano evidenti, anche l'osservatore meno esperto riesca a dire immediatamente che "quello è Chanel". Una motivazione potrebbe essere rintracciata nel fatto che la guida si è contaminata molto poco. Tre stilisti, tutti in continuità biografica l'uno con l'altro: da Madame Coco a Karl Lagerfeld, da Lagerfeld al suo braccio destro, Virginie Viard. Ma la trasmissione si è interrotta quando, nel giugno del 2024, la Viard ha annunciato il suo ritiro dalla direzione creativa. Il 12 dicembre dello stesso anno è stato annunciato che vi sarebbe subentrato Matthieu Blazy che si trova ora, da solo, a raccogliere un heritage sacro. Tuttavia la scelta non è stata sconsiderata: Blazy di recente ha conquistato grande spazio nell'industria.


Nato a Parigi, è uno dei nuovi talenti della "scuola di Bruxelles", dove si è laureato nel 2006 con una collezione dedicata a Claudie Haigneré, la prima donna francese ad essere stata nello spazio (e chissà che non venga anche da questo l'idea del planetario). Nel 2011 ha lavorato per Maison Margiela, esperienza che gli ha permesso di entrare in contatto con diverse tecniche di lavorazione dei materiali. A partire dal 2016 è stato design director da Calvin Klein e nel 2020 ha ricoperto lo stesso ruolo per Bottega Veneta. Solo un anno dopo, nel 2021, gli è stato proposto di diventarne direttore creativo. Con la direzione di Bottega Veneta, Blazy è riuscito a distinguersi per una visione fortemente artistica che gli ha permesso ripristinare l'originale cardine della casa: la qualità. 

Figlio di un esperto d'arte e di una storica, ha dichiarato che in un momento della sua carriera ha pensato di abbandonare la moda per immettersi nel mondo dell'arte, tanto che poi ha collaborato con Gaetano Pesce, con la Galleria Nazionale di Cosenza e, per Bottega, ha più volte personalmente disegnato i costumi per la Biennale Danza di Venezia. Questo orientamento verso l'arte potrebbe spiegare la sua prioritaria cura per gli aspetti più strettamente manuali del suo lavoro. Secondo Blazy la tecnologia è uno strumento che va impiegato per migliorare l'artigianato, il quale, però, deve rimanere caposaldo imprescindibile della lavorazione. Da qui, la costante sfida ai materiali e gli sperimentalismi come quello dei pantaloni di pelle trompe-l'œil dalle sembianze di puro denim.

 





I 77 look presentati dopo dieci mesi di lavoro sono frutto di una rilettura della storia di Chanel; storia da lui esplorata non solo dalla consultazione degli archivi, ma anche attraverso lo studio di una ricca bibliografia. Nella collezione sono presenti i simboli distintivi, alcuni intatti, altri leggermente variati. Ma la reale innovazione è la citazione di elementi come le camicie che, fondamentali nella storia della fondatrice e della fondazione della maison, vengono spesso dimenticati. Il tutto è suggellato da una vasta gamma di lavorazioni sperimentali. Questo aspetto conferisce una forte autorialità alla collezione di un creativo che ha grande capacità nel destreggiarsi tra le tecniche di lavorazione dei materiali.



 

I primi due look sono tailleur pantalone. Sebbene sia un falso mito quello per il quale Coco avrebbe "inventato" i pantaloni da donna - già visti ideologicamente indossati dalle femministe del XIX secolo - è comunque vero che Chanel ha contribuito a dare popolarità e legittimazione al loro uso. Le giacche sono volutamente boxy. Blazy ha raccontato che il primo look dello show è nato dall'aver tagliato una giacca di cui aveva apprezzato le spalle segnate. E anche i tailleur gonna hanno giacche simili, qualora non siano in completo con pullover o cardigan. Altri elementi costanti nella collezione: scolli a V e gonne longuette asimmetriche con spacchi e bottoni storti. Blazy ha enfatizzato l'aspetto maggiormente androgino della storia del marchio poiché si è ispirato a ciò che aveva letto in un'opera degli anni '60 sulla fondatrice. Nel libro si raccontava della sua abitudine di indossare gli abiti del compagno, Boy Capel, un cliente dello storico camiciaio di Place Vendôme, Charvet. Perciò un altro degli elementi chiave della collezione sono le camicie femminili.



Blazy racconta di essere stato impressionato da un'altra informazione emersa dalle sue letture: "ho trovato interessante che il primissimo jersey che Coco Chanel aveva trovato per realizzare la marinière fosse stato utilizzato per confezionare la biancheria intima", ha detto in un’intervista a Vogue France. Di qui, la ripresa delle trasparenze, impreziosite di volant, applicazioni luminose, decori in stile Art Déco e fiori sfrangiati tridimensionali. Agli anni '20 si ispirano anche le silhouette lunghe o longuette, di pesante impatto e pienezza. Tutto questo è un omaggio alla storia del marchio, attraverso riprese non immediatamente evidenti a tutti, ma molto apprezzabili dagli spettatori più documentati.

Ma è stata tutelata anche la proprietà di cui si parlava prima: la riconoscibilità. A mio avviso, il je-ne-sais-quoi dei capi sta nei tessuti e lunghezze. Uno Chanel si riconosce dal fatto che appare compatto, rigido, un blocco di ottima qualità dai tagli leggermente retrò, di un'eleganza senza tempo. E questo è particolarmente evidente sui tessuti bianchi. Blazy ha rilanciato il B&W geometrico, tipico soprattutto della prima fase della maison, un classico riproposto in ogni collezione. Bicolore anche in seta per mise da sera leggermente simili a quelle del Saint-Laurent di Vaccarello, ma inconfondibilmente Chanel per la presenza del vero logo: non la doppia C ma la camelia. Una camelia nuova, da un lato sfilacciata, decomposta nelle spille e nei copricapi, dall'altro, invece, artigianalmente lavorata a maglia.


La sperimentazione nella lavorazione dei tessuti, vero punto di forza della collezione e affermazione autoriale d'esordio, è particolarmente evidente nella lavorazione del tweed, il vero caposaldo materiale di Chanel. Il tweed è sfilacciato, bouclé o, come ha detto lui stesso, "disfatto". In questo, altro riferimento storico: è ispirato al modo di vestire del duca di Westminster, amante di Coco, il quale indossava solo pezzi in cui si sentiva a proprio agio, "talmente lisi da cadere a pezzi". Un tocco di unfinished décontracté quotidiano. Accanto a queste prove applicate anche alla lana, c'è la creazione di un tessuto trompe l'œil, a metà tra il laminato e il bouclé.



Ma è veramente impressionante osservare i dettagli al microscopio. Tessuti che in foto sembrano compatti, sono, in realtà, in mesh crochet con inserti di perline e strisce di tweed. Un capolavoro manuale che richiede giorni e una manodopera di esperta raffinatezza. 




Anche lo stile dei gioielli ha subito un profondo rinnovamento. La classica collana di perle è stata ridisegnata in moderne cascate di perline. La tridimensionalità monumentale di alcuni collier e bracciali riflette il senso profondo del tema del planetario. Sfortunatamente, si rileva una totale assenza di riferimenti alla Collezione Comète, una delle più stupefacenti creazioni della gioielleria Chanel, della quale mi riprometto di scrivere in un futuro articolo.




Ma le vere e proprie opere d'arte sono le borse. Oltre all'iconica 2.55 aperta, ammaccata e appesa - riproposizione che ha offeso i più tradizionalisti -, in passerella si sono viste borse in tweed-spugna e ovali smaltati. Ma il pezzo forte della collezione è una minaudière blu notte a forma di globo celeste con costellazioni in inserti oro, uno dei prodotti più strabilianti delle passerelle del nuovo secolo. 



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