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CHANEL Métiers d'Art 2026

 


Dopo poco più di due mesi dal suo debutto come direttore creativo di Chanel, Matthieu Blazy ha potuto riaffermare la sua audacia e il suo talento nello sfidare i materiali. La Pre-Fall 2026 presentata lo scorso 2 dicembre è una collezione Métiers d’Art, creata cioè per esaltare il virtuosistico lavoro degli atelier artigianali che collaborano con le maggiori maison. Anche Vuitton, Dior e Valentino celebrano di tanto in tanto l’artigianalità con la produzione di alcune capsule collection. Chanel, però, è l’unica casa che, dal 2002, ha un appuntamento annuale con gli artigiani, fondamentale tappa intermedia tra il Ready-to-Wear e l’Haute Couture.

Il destination show si è tenuto in una stazione della metropolitana di New York, nella Lower Manhattan, ai confini con Little Italy. La fermata Bowery è una delle più antiche della città; costruita nel 1913, è stata parzialmente chiusa nel 2004. Tre file di panche sono state disposte su un binario. Per un così ridotto spazio, la selezione degli invitati è stata scrupolosa: 1100 spettatori divisi in due show, uno pomeridiano per la stampa alle 15, l’altro serale per i clienti alle 19. Quasi nessun influencer, scelta significativa in un periodo di crisi per l’editoria moda.

Nelle analisi e nelle descrizioni della collezione ricorre una formula: “nuova donna Chanel”. L’uso del singolare risulta inappropriato rispetto alla dichiarata intenzione del direttore creativo: quella di rappresentare, piuttosto, una pluralità di archetipi femminili newyorkesi. Blazy ha dichiarato che negli anni in cui ha lavorato nella Grande Mela per Calvin Klein, tra il 2016 e il 2019, ha potuto rendersi conto di una cosa: a New York la metropolitana è di tutti. Vi si mescolano tutti i ceti sociali, persone di ogni estrazione e gusto che si spostano da luoghi diversi in diverse direzioni. Blazy ha raccontato di essere rimasto colpito una sera da alcune donne scese in stazione con dei gonnelloni, preparate per andare a vedere uno spettacolo all’opera.

La collezione propone vari personaggi; l’idea ricorda quella che Demna ha avuto a settembre, ma la realizzazione è meno ironica e caricaturale.

Donne in carriera dai tubini anni ’40, gonne a matita e giacche in tweed o turtleneck:

 



Studentesse in jeans e giacche, colori discreti e strutture larghe, comode:



 Figure di fantasia come le novelle Audrey Hepburn, icona newyorkese legata a Givenchy, una flapper vestita di frange di perle, abito che è un capolavoro della lavorazione manuale. Ma anche look pop ispirati ad una visione childish del mondo:
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·    Come già nella collezione d’esordio, Blazy ha evocato elementi della storia della maison passati in secondo piano col tempo, rintracciabili dai veri appassionati. Tra questi, l’uso del print leopardato e animalier, amato da Coco che contribuì alla sua diffusione. Come nella precedente collezione, gli abiti visti in foto perdono poiché è al microscopio che restituiscono il senso della loro preziosità. L’animalier del look 4 e del look 33 è infatti su tweed, realizzato dall’intreccio di singoli fili in una lavorazione lunga e particolarissima. Quello sulle gonne a tulipano dei look 21 e 22, invece, è stato interamente dipinto a mano. Nel look 74 l’animalier paillettato è velato da un impermeabile trasparente ricoperto di strass rossi.


Il gusto pop viene recuperato dal giallo taxi del look 14, un look che, oltre a ricreare l’immagine di un più chic Marsupillami nello spirito di una collezione fatta di immagini che sembrano filtrate attraverso gli occhi di un bambino, richiama l’estetica di Stephen Sprouse, designer newyorkese. 


· Strizzando l’occhio alle preferenze del mercato, ritornano i due veri protagonisti autunnali degli ultimi anni: pelle e burgundy. Al di sotto del trench, il look 23 reca una rete di perline intrecciate con indescrivibile maestria manuale. 


·       Della precedente collezione è stata riproposta la lavorazione degli sfrangiati, banco di prova per la lavorazione del tweed. Di nuovo, una volontà di dare un taglio androgino alla collezione donna è rivelata dalla presenza delle camicie Charvet, ma questa volta passa anche per i jeans baggy o per il tailored in gessato di paillette indossato da Alex Consani.






L’ordinarietà del primo look destruttura l’idea che si ha di Chanel e del lusso. La prima modella indossa una felpa beige con zip dall’apertura della quale si intravede una t-shirt bianca. Una cintura burgundy avvita un capo sorprendente su un primo look Chanel: un jeans. Poggiata sulla borsa, messa da parte per un attimo, la tradizione: una classica giacca Chanel in tweed.


Blazy ha più volte affermato che aprire con un jeans è “un atto democratico”, suscitando opinioni contrastanti,  acclamazioni e polemiche. Un tema di grande rilievo nel settore moda è la recente crisi del lusso che ha determinato un aumento dei prezzi innescando circoli viziosi ormai inestinguibili. E, non a caso, anche Gucci, Vuitton e Dior hanno scelto di presentare le proprie Cruise negli Stati Uniti, dove il mercato del lusso sembra oggi più solido rispetto a quello cinese. Tra le sperimentali soluzioni al problema, una strategia che ha del paradossale: alcune maison scendono nel fast fashion. Un esempio: il tentativo di portare Ludvic de Saint Sernin da Zara. Per alcuni, lo stesso intento di democratizzare il lusso reca in sé una certa dose di fallibilità, per altri ridicolizza l’impossibilità di acquistare, per altri ancora rappresenta un oltraggio all’esclusività.

In risposta, Blazy ha ribadito di sentirsi in continuità con Gabrielle, più che con Karl Lagerfeld. Tra i suoi progetti, quello di riportare Chanel alla sua produzione originaria: quella di un guardaroba pratico e reale. Sebbene i capi del brand restino esclusivi e non accessibili a tutti i frequentatori delle metropolitane, il suo design semplice e così replicabile si pone il proposito di influenzarne lo stile. Chi non può comprare, può ricreare. E questa è la  lezione che Coco apprese in America. Nel 1931, Gabrielle Chanel fu invitata ad Hollywood dal produttore Samuel Goldwyn, che le chiese di disegnare i costumi del film Tonight or never. Di passaggio a New York, Coco si rese conto del fatto che le donne indossavano i suoi modelli, pur non avendo potuto acquistarli direttamente. La moda Chanel si era diffusa attraverso le copie e aveva invaso le strade.



Inoltre, il vantaggio di mettere in passerella capi quotidiani è che il lavoro degli artigiani risalta maggiormente. Il primo jeans non è denim ma è in seta trompe l’oeil; si è già parlato di quanto Blazy sia avvezzo alla creazione di effetti ottici di questo tipo. Anche quella che apparentemente si presenta come flanella è, in realtà, raffinato
tweed bouclé.


I Métiers d’Art, atelier che collaborano con Chanel, sono simbolicamente sotto lo stesso tetto dell’edificio M19, nel 19esimo arrondissement parigino. Ciascuno ha contribuito alla realizzazione di questi dettagli nascosti e che vale la pena scandagliare.

Tra i ricami di Atelier Montex, membro dei Métiers d’art dal 2011, si distingue la sottilissima trama sull'abito nero nel look 12. La lavorazione delle applicazioni a forma di coccinella sul look 26 è interamente a mano.  




Capolavori dell’oreficeria dell’atelier Goossens (collaboratori di Chanel dal 1954 ma membri dei Métiers d’art dal 2005) sono i cani del look 47, animali ricorrenti nella collezione, e le spille su fodere total black dei look 7 e 17.



Gli artigiani di Maison Michel, cappelleria francese del 1936 e membro dei Métiers dal 1997, si sono occupati degli accessori per capelli. Tra questi, le velette, il felino cappello-maschera in legno e il cappello del look 9, interamente ispirato ad un outfit della creatrice che legava in obliquo un pullover rosso. 








Nel cuore della collezione ci sono i piumaggi realizzati da Maison Lemarié. In passerella, una pelliccia di piume d'oca, un boa-ventaglio su tulle, un abito-mantella che ricorda le collezioni di Viard.


 

L’omaggio alla città è reso attraverso vari simboli: la t-shirt I Love NY che, apparentemente semplice, è invece ricamata a mano in paillettes. Vi è un omaggio a Washington Square nello scoiattolo di una borsa e al film Madagascar in cui la giraffa si perde nella metro. Ma soprattutto la città si vede nella verticalità della collezione. Tutti i look sembrano slanciarsi dal basso verso l’alto grazie a linee strette e solide.



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Gli invitati parlano di una performance travolgente come quelle degli show degli anni ’90. All’inizio della sfilata, infatti, sul binario opposto agli spettatori è arrivato un vero treno. Le modelle sono uscite dai vagoni e hanno iniziato a camminare come in una danza, talvolta poggiandosi ai pilastri come per controllare l'arrivo di nuovi treni e attenderli, talvolta parlando ai vecchi telefoni a gettoni. Alcune, sedute sulle panchine, leggevano il giornale distribuito agli invitati insieme agli inviti, La Gazette, con interviste a Matthieu Blazy, profili degli artigiani, un cruciverba e un quiz Connect the dots che, una voltacompletato, avrebbe restituito il disegno di una camelia. 

A rendere tutto più realistico, l’anonimato delle modelle. Negli ultimi anni le modelle stanno diventando delle celebrità. Il fatto che non ci fossero volti troppo conosciuti, ha reso più realistica l’esperienza della metro in cui si incontrano volti mai visti e che mai più si rivedranno. 








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