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Dior, Spring Summer Haute Couture 1998



Il dibattito estetico ha recentemente riportato al centro dell'attenzione un argomento da sempre molto discusso. Si tratta del tema dei rapporti tra la moda e l'arte e, quindi, per estensione, dei contatti e dei conflitti tra l'estetica e il funzionalismo, tra la creatività e la vendibilità. Ed è interessante che questo sia riemerso proprio nell'epoca dei performativi caroselli Instagram. Il momento in cui viviamo è contraddittorio: se l'estetica è ormai estesa ad ogni aspetto della vita, l'arte sta perdendo la propria credibilità, assoggettata ormai com'è al mercato e, svendendosi, non riesce neanche più a giustificare il fatto che la moda abbia un fine commerciale. Riflessioni di questo tipo richiederebbero uno spazio ampio. Sono questioni che affondano le radici in un tempo molto lontano ma che hanno lasciato solchi rintracciabili in determinati momenti, in determinati sentieri della storia della moda. Uno di questi momenti è senza dubbio rappresentato dall'intera carriera di John Galliano. L'esempio che meglio consente di approfondire il tema è una collezione da lui disegnata per Dior, la Spring/Summer Haute Couture 1998, passata alla storia come una delle più grandiose anche per la sua teatrale presentazione. Ed è con questa sfilata, la mia preferita di tutti i tempi, che ho deciso di aprire la sezione "Archives", dedicata alle collezioni d'archivio.  

 

Una location unica contribuì ad accrescere il prestigio dello show: il Palais Garnier di Parigi, sede dell'Opéra, trasformato per l'occasione in un salone della Belle Époque. La collezione era infatti dedicata alla Marchesa Luisa Casati, un personaggio che ha incarnato la volontà di rendere la sua vita una totalità estetica. La socialite è stata musa di innumerevoli artisti, ma ha avuto un ascendente particolarmente forte soprattutto su Gabriele D'Annunzio che a lei si è legato sentimentalmente.  Nel tentativo di ridare vita a questa figura emblematica della Belle Époque, Galliano disegnò una delle più sontuose collezioni mai viste, con gowns scenografici e look estremamente ricchi, e lo fece proprio nel momento in cui il minimalismo di Tom Ford e Calvin Klein stava promuovendo una nuova idea di moda asciutta, silente, ripulita dalle stravaganze degli anni '80. Con la collezione, John Galliano intendeva creare un mondo ulteriore. Del resto, l'intera storia di Galliano è caratterizzata dalla tendenza ad evadere dalla realtà.




La sfilata si inserì nella settimana Couture della Paris Fashion Week di gennaio e la critica ne fu divisa, anzi, spaccata. O ne si era estasiati e commossi, o ne si era annoiati e disgustati. Lo scetticismo dei detrattori nasceva dalla convinzione che nessuno avrebbe potuto indossare quegli abiti. Si dubitava del fatto stesso che quella fosse moda e non una pacchiana carnevalata. Gli ammiratori, invece, insistevano nel dire che quelli non erano "costumi" ma abiti che finalmente materializzavano l'essenza dell'Haute Couture. Per chi aveva seguito lo stilista dai suoi esordi, tutto quello non era giunto inaspettato. 



Galliano, infatti, aveva fatto della capacità di costruire realtà parallele con riferimenti lontani nel tempo un suo tratto distintivo. La sua collezione di laurea dal titolo Les Incroyables, era ispirata alla Rivoluzione Francese. L'idea era nata da un'ossessione: il film Napoleon di Abel Gance (1927). Dopo averlo visto, prese a disegnare bozzetti di costumi napoleonici. Galliano non voleva diventare fashion designer. Era entrato al Central Saint Martin col sogno di diventare illustratore di moda. La presentazione di questa sua prima prova fu strabiliante, tanto che una rappresentante della boutique Browns di Londra lì presente, al termine della sfilata acquistò l'intera Les Incroyables sul momento per rivenderla. Ma sebbene tutti fossero conquistati dal suo talento e convinti del fatto che si trovavano di fronte ad un visionario, la vendibilità degli abiti fu sempre il più concreto problema di questo artista della moda. 




Pochi anni dopo la sua laurea, prese in affitto un magazzino a Londra e lo trasformò in uno studio, un quartier generale del suo marchio eponimo. Le prime collezioni convinsero la critica, meno gli acquirenti. Così dovette disegnare prodotti più pragmatici. Ogni volta che le vendite sembravano raggiungere una certa stabilità, dava libero sfogo al proprio estro creativo e la collezione successiva rimaneva invenduta. Si era creato un paradosso: le boutique acquistavano le sue creazioni solo perché John Galliano dava loro prestigio, tutti le adoravano ma nessuno le comprava. Così negli anni perse ben tre finanziatori e nel 1998, dopo soli quattro anni di attività londinese, il marchio andò in bancarotta.  



Si trasferì allora a Parigi, su invito di Anna Wintour, deus ex machina della sua storia. Conquistata dal suo talento, volle trovargli dei finanziatori. E ne trovò uno in una vera e propria patrona delle arti e della moda, São Schlumberger. Grazie all'aiuto di queste due donne, Galliano poté mettersi a lavoro e presentare quella che Anna Wintour tutt'oggi dichiara essere la sua collezione preferita di sempre: la John Galliano Fall 1994. Realizzata, per mancanza di tempo, con pochissimi tessuti neri, è esempio della maestria tecnica del designer, che ha creato varietà visiva giocando con i due lati della stoffe, uno più luminoso, l'altro più opaco. E la sfilata del '94 è stata, secondo molti, uno spartiacque nella storia della moda. Sostituite le panche con delle sedie, John Galliano voleva che gli spettatori fossero tanto vicini ai suoi abiti da sentire il profumo delle modelle. 


Questa e le seguenti collezioni convinsero tanto la critica che in poco tempo il creativo si ritrovò alla direzione creativa di Givenchy. Inizialmente, l'ambiente parigino non accolse bene quest'uomo dai capelli rasta che, durante gli anni londinesi della sua carriera, era stato più volte descritto come un mero imitatore di Vivienne Westwood. Eppure, col suo operato da Givenchy si guadagnò credibilità accattivandosi il favore della critica francese e soltanto un anno dopo, il gruppo LVMH  gli offrì la direzione creativa di Dior. Al suo posto da Givenchy arrivò un appena ventisettenne Alexander McQueen. 

Finalmente libero della necessità di vendere, da Dior Galliano poté sprigionare il suo pieno talento creativo, riscrivendo la storia della moda con alcuni dei pezzi più amati e controversi di sempre. Impossibile spiegare le imprevedibili modalità del suo processo creativo. Galliano aveva dei taccuini dedicati a singoli immaginari e li riempiva di bozzetti, pezzi di tessuto, immagini, oggetti. Quando sentiva che il taccuino era completo, riversava nelle collezioni tutti questi spunti apparentemente raggruppati in maniera irrazionale e senza reciproca consequenzialità. Partendo da un tema, costruiva un intero mondo e all'idea aggiungeva e sottraeva fino ad ottenere un prodotto perfetto, nuovo e comunque riconoscibile. E una volta alla guida di Dior, poteva finalmente disporre dei più disparati materiali senza badare a spese. 


Si dice che la sfilata della SSHC98 sia costata intorno ai tre milioni di dollari. Per affittare la sola hall del Palais pare che Dior abbia pagato una cifra di circa 150.000 dollari. Se Bernard Arnault aveva chiamato Galliano a capo di Givenchy per svecchiare il brand che al tempo era considerato quello dal design più obsoleto, da Dior Galliano non doveva fare altro che rendere omaggio alla casa. Non doveva rilanciare ma semplicemente celebrare. 


Per celebrare al meglio, si servì del contributo di Michael Howells, un personaggio che Vanessa Friedman sul New York Times ha definito "il Fellini del fashion show". A questo set designer - che rimase a lungo collaboratore di Galliano - si attribuisce l'invenzione del fashion show come lo intendiamo oggi: uno spettacolo, un'esibizione, un'esperienza. E l'esperienza fu resa totalizzante. 

Prima di tutto, si decise di adornare le scale dell'Opéra con ghirlande di fiori; per i bouquet furono ordinate ventimila rose lilla. Lo spunto per la scenografia fu tratto dal cinema: da un lato da La Traviata di Franco Zeffirelli, dall'altro da Valentino di Ken Russel. Lo show doveva essere esteso all'intera venue: nelle sale c'erano personaggi come gondolieri, danzatori di tango e persino un maharaja che camminava accompagnandosi ad una donna esotica. Fece ricoprire le sedie e i cuscini di pelle di coniglio con stampa a motivo zebrato e la pelle fu scelta perché al tatto avrebbe riprodotto la densità dei tessuti in passerella. Per Howells, tutti i sensi dovevano essere coinvolti. Gli invitati, infatti, hanno raccontato che la cosa più straordinaria del set era il profumo di arancia che fu spruzzato sui tappeti perché fosse intenso e riempisse gli spazi. E in questo, richiamò l'idea del coinvolgimento l'olfatto, già concepita da John in occasione della sfilata del' 94. I giornalisti presenti scrissero che la sfilata cominciò con un'ora di ritardo ma che a nessuno dispiacque perché l'attesa si era trasformata in un vero e proprio evento. 


E anche il ritardo era parte della collezione, serviva a creare l'atmosfera perché l'ingresso della prima modella fosse agitato. Purtroppo non ci sono filmati completi dello show che abbiano l'originale colonna sonora, ma in molti video si sentono dei tuoni, al suono dei quali Suzanne von Aichinger, vestita di un abito taffetà di seta nera con ben quattro metri di strascico, entra simulando uno stato inquieto per il ritardo e gettandosi a terra in pose teatrali. Nelle sfilate di Galliano l'atteggiamento degli indossatori era parte della creazione. Molte modelle che hanno lavorato con lui, dicono che era eccezionale nel dare direttive sulle pose e sul portamento. Dopo aver creato il look, gli dava vita costruendo anche il carattere che la modella avrebbe dovuto dargli. E le modelle segnalano anche una sua capacità nel comunicare in maniera incisiva l'esatto tipo di vibe che voleva fosse da loro restituita.





Ma lo show, certo più apprezzato per la messinscena, sarebbe rimasto nella storia per la bellezza dei look, saturi e curati al microscopio. Si fanno strada caftani e kimono dalle decorazioni Art Nouveau, con applicazioni ricamate a mano perlina per perlina, paillette per paillette, il trionfo della manualità e dell'haute couture.   




Lo sguardo verso l'Oriente diverrà in seguito un elemento tipico dello stile di Galliano ed appartiene alla storia della Marchesa dagli eccentrici ed esclusivi gusti. Si rintraccia nei kimono in seta dalle stampe floreali, nei tagli obliqui e motivi animaleschi.




Si richiama la moda nobiliare e borghese del XIX e del XX secolo con tailleur strutturati in pizzo, silhouette ad S e file di bottoni satin. Tutto è potenziato da medaglioni in porcellana smaltata e ricchissimi collier di perle tipici della casa Dior. Le rifulgenti calzature con cinturini anni '10 recano la firma del grandissimo Manolo Blahnik. Per affermare la citazione dell'epoca, Stephen Jones acconciò i capelli delle modelle con ondine anni '20.




Il trucco di Pat McGrath era tutto incentrato sulla riproduzione delle abitudini cosmetiche della Marchesa. Nelle foto che la ritraggono, si vede la tendenza ad opporre una base bianca che rendeva il suo volto pallido a degli occhi pesantemente truccati di nero. Elemento chiave della collezione di Galliano sono le vedette e queste rispondono alle fonti secondo le quali la marchesa, per dare ancor più risalto al suo prototipico smokey-eye, incollava delle strisce di velluto nero intorno agli occhi. C'è qualcosa di inquieto anche negli abiti dai colori pastello e questo risiede, forse, nei tagli che innestano movimenti di tensione e rigidità.



Motivi decadenti sono racchiusi nella fasciatura del nero, nella mescolanza con l'oro e nella fantasiosa creazione metallica dell'armatura, riferimento alla fascinazione che la Marchesa aveva per la creazione di eroine femminili.





Nel complesso, lo show fu una grandissima rappresentazione del più opulento edonismo, a sottolineare il carattere grandioso ed effimero della moda, nonostante l'immensa caratura artistica della pièce. Edonismo ed effimero, però, generalmente hanno a che fare con una cosa ben più macabra: la caducità. Ed è esattamente questo che, nello sfarzo, viene suggerito. Decadenza e spettralità, elementi distintivi dello stile di vita di questa dark lady che D'Annunzio chiamava Kore, proprio in riferimento alla divinità degli inferi. 


E alla fine, una pioggia di coriandoli dorati coi quali Howells voleva rappresentare un crollo, "come se le vecchie dorature cadessero sugli ospiti". Ma poiché ai vigili del fuoco l'idea non era piaciuta, i coriandoli furono ritagliati nella forma di farfalle. 



Commenti

  1. Qui sei stata un po' distratta con la punteggiatura, ma, avendo letto gli altri articoli, so che si è trattato solo di un attimo di defiance su un testo lungo.

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